Archivio per Luglio 2009|pagina archivio mensile
Corrado Bagnoli ricorda Paolo Leveni
Lui era lì, con il manuale, come lo chiamava lui, tutto mandato a memoria: un’esperienza straordinaria, una passione e un gusto per la ricerca, per la bellezza, per la cultura che continuava ad avere nonostante gli anni. Pronto a dirci che la pagina 157 recitava in questo o quell’altro modo, ma pronto poi, lui per primo, a provare nuove strade, a inventarne altre. Perché questo è il segreto di un maestro: imparare tutto il possibile e poi reinventarlo con una sua lingua, con una nuova forza, costruendo un mondo diverso, seppure ancorato a ciò che viene prima.. Paolo era così, sempre pronto a mettersi in gioco, sempre curioso, attento, creativo. All’apparenza burbero, ma solo per chi non lo conosceva bene. Perché la manfrina dell’uomo duro, quasi severo, era subito scoperta: di fronte a un quadro, davanti a una poesia, giuro di averlo visto piangere, di averlo visto quasi incapace di parlare. E chi lo ha conosciuto sa quanto, invece, fosse sempre vivacemente loquace, dotato di una dialettica tagliente, difficile da trovare impreparato su qualsiasi argomento storico, scientifico, artistico o politico sul quale ti capitava di interloquire con lui. E come lo prendeva poi un magone buono ogni volta che parlava dei suoi nipoti, anche se poi era davvero discreto, raccontava poco, quasi volesse nascondersi un po’. Ma parlavano per lui la sua voce rotta e gli occhi, lo sguardo che tirava via il trucco della seriosità e si lasciava riempire di una luce liquida, quasi bambina. Ci vorrebbero dei libri interi per raccontare quello che Paolo ha fatto nella sua professione, nel suo impegno sociale e culturale, nel campo artistico o in quello dell’editoria: non c’era mai un progetto per volta, con lui. E sempre con un’attenzione quasi maniacale ai dettagli. E un suggerimento per tutti. Quando va via un uomo così, quando te lo tirano via, se ne va un mondo intero di persone, di relazioni, di cose, di parole e di idee. E stai lì con il suo stesso magone a rimpiangere quante cose mancheranno insieme a lui, quante non potranno più essere uguali a prima; stai lì e non sai misurare quanto mondo in meno ci sarà da adesso in poi, senza di lui, senza quello che lui avrebbe fatto ancora. Negli ultimi giorni non aveva mai messo via le matite e il computer, erano lì ancora sul suo tavolo di lavoro: quando la “bestia” lo avrebbe lasciato finalmente in pace, diceva, avrebbe ripreso tutto da dove l’aveva lasciato. Ma la bestia non l’ha mollato. Nel suo computer c’è il suo ultimo libro, uno studio di anni sulla scrittura e sull’evoluzione della stampa, una grande sintesi storica e iconografica. Quel libro già pronto dovrà essere pubblicato e verrà letto così, come il suo ultimo regalo. A me piace pensarlo così, Paolo, oggi e quando presenteremo il suo libro: ancora alla finestra, con la sua barba e il sopracciglio inarcato a guardare giù, quasi a nascondersi come sempre faceva quando si parlava di lui, a fare segno con la mano di tagliarla corta. Poi lo vedo tirarsi su piano e andare via in silenzio. Magari dentro la nuvola rosa dei suoi ultimi quadri, nel posto che forse ha cercato per tutta la vita, anche se non l’ha mai voluto dire davvero; in un posto buono dove non ci sarà bisogno di aghi e veleni per addormentare le bestie che ti straziano il corpo, dove le bestie non potranno entrare; in un posto dove cominceranno a capire perché a noi ci manca. E avrà la sua matita e il suo computer e metterà tutti gli altri intorno al tavolo e dirà: “Dai, adesso basta far festa, che dobbiamo lavorare”. Perché lui è fatto così e se ne accorgeranno anche lì. Ciao Paolo, grazie di tutto.
Corrado Bagnoli
Nicola Vacca ricorda Paolo Leveni
Tutto sarà più difficile
a Paolo Leveni
Sono vuote le parole che aprono ferite
fanno male quando arrivano
per dirmi che non ci sei più.
Hanno spezzato di colpo
il cerchio del mare
hanno spazzato via la luce
con cui tu scavavi in profondità.
L’annuncio della perdita
non cancellerà mai le tue buone maniere
la gentilezza con cui ha frugato
nelle nostre vite.
Tutto sarà più difficile
perché ci hai insegnato
che nell’ombra è possibile procreare la bellezza.
Nicola Vacca
Tutto sarà più difficile
a Paolo Leveni
Sono vuote le parole che aprono ferite
fanno male quando arrivano
per dirmi che non ci sei più.
Hanno spezzato di colpo
il cerchio del mare
hanno spazzato via la luce
con cui tu scavavi in profondità.
L’annuncio della perdita
non cancellerà mai le tue buone maniere
la gentilezza con cui ha frugato
nelle nostre vite.
Tutto sarà più difficile
perché ci hai insegnato
che nell’ombra è possibile procreare la bellezza.
Nicola Vacca
DUE MOSTRE a Pavullo nel Frignano
Città di
Pavullo nel Frignano
con il patrocinio della
Provincia di Modena
m n e m o s y n e
la memoria del corpo
opere di Pietro G. Bortolotti
a cura di Daniela del Moro
4 luglio – 13 settembre 2009
Galleria d’Arte Contemporanea di Palazzo Ducale – via Giardini 3 – Pavullo nel Frignano (Mo)
***
Città di
Pavullo nel Frignano
con il patrocinio della
Provincia di Modena
28 giugno – 23 agosto 2009
Galleria dei Sotterranei di Palazzo Ducale – via Giardini 3 – Pavullo nel Frignano (Mo)
lotto continuo
opere di Antonio Noia
a cura di Paolo Donini
Ciao Paolo
Se ne è andato Paolo Leveni, artista di rara sensibilità operante in Brianza; pittore, spesso in ascolto della poesia, della possibilità di un dialogo tra cose e parole, di una consonanza tra senso e immagini. L’avevo conosciuto abbastanza recentemente, in occasione dell’illustrazione di una plaquette d’arte con mie poesie e una introduzione al suo lavoro di Camillo Ravasi, che qui riporto. Che dire: veramente non apparteniamo solo alla terra ma una parte di noi è altrove. Non so dove, non so perchè ma deve esitere un luogo dove ci rivedremo tutti. Ciao Paolo.
In direzione dell’uomo
Quale rapporto esiste tra queste tecniche miste di Paolo Leveni e le poesie di Sebastiano Aglieco dalle quali pure prendono spunto? Queste forse nuvole, porte, case, finestre, trasfigurazioni visive di altre trasfigurazioni letterarie? Queste opere che sembrano non arrendersi, ma riaffermare con la loro esistenza ed evidenza? Esse costituiscono quasi un controcanto o un contraltare, quasi presenza di quello che Aglieco ha sovente preferito sussurrare, intuito o non osato nel suo stare a distanza, pudicamente e giustamente, da un destino esorbitante che lo impegnava: Paolo Leveni nella sua ragionata gestualità, nel suo impeto immaginativo e descrittivo si discosta dallo svolgimento teoretico del poeta, dall’ immagine lirica all’ immagine pittorica il percorso subisce variazioni e viraggi. Quello del pittore non è né il tempo né lo spazio della pazienza, se, come scrive Corrado Bagnoli, questo è il modo per “coinvolgersi col mondo, patire insieme al mondo obbedendo ai suoi segni”. Il suo è lo spazio, puro e semplice, dei segni; più da apocalisse (che non è vicenda catastrofica, ma rivelazione di significati definitivi), capace di bruciare, in quanto tale, le inincidenti sfumature sentimentali e gli errori antropologici dei quali ogni avventura umana si intride. E se il pittore ha coltivato qualche fantasia in queste tavole, i segni stessi, pazientemente, gliel’hanno spazzata via come non pertinente al loro mostrarsi al mondo. Istintivamente – e quindi forse volontariamente – il pittore si è fatto anche lui insegnante, ma solo in quanto obbediente ai segni, tutt’altro che astratti, che le parole richiamavano dentro la realtà, sorprendendone però altri livelli e angolature attinenti piuttosto ad una potenzialità salvifica di essa. Possibilità che non è mai anonima benché innominata: “non ho più parole per le ombre” scrive il poeta, e il pittore sembra essersi trovato a fare i conti con questa certezza, inevitabilmente. Le sue sono immagini invadenti e indifferenti nello stesso tempo; immagini di dentro o di fuori: l’inquieto dilemma può rimanere irrisolto. Esse però ci avvertono di una corrispondenza e con ciò si inoltrano e ci inoltrano; non come la vanga dell’ottava poesia, ma come la freccia, stornata dalla sua funzione poetica, per farsi segno indicatore agli occhi della nostra libertà impacciata. Nel cui fondo sta l’invito di Sebastiano Aglieco a custodire “il bambino che vi chiama” (chi non ricorda la dedica di Saint Exupery nel suo capolavoro?) che Corrado Bagnoli precisa nel suo svolgersi dinamico e quindi maturo come “il far rifiorire il desiderio” e che, insomma, per l’un caso e l’altro è pur sempre il luogo della soddisfazione. A questo punto ci si può arrendere – anzi, ogni uomo ragionevole deve arrendersi! – come Aglieco, non per la fine di sogni traditori, ma perché i segni parlano chiaro (anzi non parlano, si mostrano), quasi a ribadire la sola condizione che rende possibile, anche se a momenti, ciò che ognuno insegue disperata-mente. E non importa se soggetto e immagini risultano coincidenti e quindi bloccati, contraddittori tra il loro incamminarsi e lo stare. Forse lo sono solo più apparentemente che realmente: quale altra forma è possibile all’amore, ad un certo amore, almeno? Quale altra condizione che spalanchi all’infinito, mentre ci attrae a sé totalmente?
Camillo Ravasi
(La pazienza della resa di Sebastiano Aglieco, cinque illustrazioni e una litografia di Paolo Leveni)
NOVITA’ EDITORIALI
LA POESIA E LA CARNE
Tra il labirinto dei corpi e l’inizio della parola
A cura di Mario Fresa e Tiziano Salari
Edizioni La Vita Felice, 2009
Sebastiano Aglieco, Corrado Bagnoli, Giorgio Bonacini, Luigi Cannillo, Silvio Endrighi, Marco Ercolani, Flavio Ermini, Gabriela Fantato, Gio Ferri, Mario Fresa, Marco Furia, Rubina Giorgi, Gilberto Isella, Raffaele Perrotta, Tiziano Salari, Enrica Salvaneschi, Adam Vaccaro: diciassette poeti s’interrogano sul rapporto tra poesia e conoscenza a partire dal fatto primario della carne e delle sue affezioni: amore, follia, morte. In questi saggi è in gioco qualcosa di più della poesia intesa come mezzo di consolazione o gioco linguistico, ma qualcosa come una nuova esperienza che obbliga a riformulare i rapporti tra verità e soggetto, verso un sapere di tipo nuovo. Un linguaggio del pensiero che si articoli al di fuori dei saperi costituiti, siano la filosofia, la letteratura o la scienza. Dischiusura di uno spazio di conoscenza esposto all’urto della nuda vita, luogo aperto di rifondazione di senso e d’identità.
***
Tre autori bravissimi entrano nel catalogo de L’arcolaio!
Roberto Cogo, di Schio, realizza con “IO CANE” forse il suo lavoro più significativo fino ad oggi. La natura, il mistero delle cose e il rapporto dell’uomo con flora e fauna. Essere l’io-insetto o l’io-cane.
“NEL SOLO ORDINE RICONOSCIUTO” è L’ultima opera della Zinetti, l’autrice bergamasca. Un libro dalla forte calligrafia. Una felice caratura e un femminile che si realizza nell’ineluttabile confronto con l’esistere.
Enrico De Lea, con “RUDERI DEL TAURO“, ci offre la sontuosa scrittura di veraci cifre siciliane. “Col sonno delle basiliche primeve” ci dice il poeta, in un livello di alta sacralità.
Prefazioni e interventi di Sebastiano Aglieco, Fabio Franzin e il sottoscritto.
Gianfranco Fabbri
Lascia un Commento
Commenti (1)
Lascia un Commento

